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Antonietta De Pace nacque il 2 febbraio 1818 a Gallipoli, in
provincia di Lecce, da Gregorio, un banchiere napoletano, e da Luisa Rocci
Cerasoli, una nobildonna d'origine spagnola i cui fratelli avevano partecipato
attivamente alla Repubblica napoletana del 1799.
La sua educazione fu affidata allo zio paterno, il canonico e
astronomo Antonio De Pace, che aveva fondato a Gallipoli, nel 1813, una vendita
carbonara.
Ad otto anni Antonietta rimase orfana del padre, morto in
circostanze misteriose, probabilmente avvelenato dal suo segretario particolare,
che voleva impossessarsi del suo patrimonio. La vedova fu confinata nella villa
di Camerelle, mentre Antonietta, insieme alle sorelle Chiara, Carlotta e Rosa,
fu rinchiusa nel monastero delle clarisse di Gallipoli, la cui badessa
apparteneva alla famiglia De Pace.
Delle quattro sorelle minorenni, private della legittima
eredità, la più grande, Chiara sposò lo zio Stanislao De Pace, Carlotta morì
tisica, Rosa sposò Epaminonda Valentino e condusse nella sua casa
Antonietta. Patriota napoletano, figlio di Cristina Chiarizia, che si era
distinta durante le vicende rivoluzionarie del 1799, collaboratore di Poerio,
Conforti e Pepe, Epaminonda, tesseva le fila della corrispondenza politica tra
Napoli e la Terra d'Otranto. Insieme al cognato, Antonietta entrò a far parte
della Giovine Italia. "Svelta, intelligente, ardita e prudente insieme,
dimenticò il mondo femminile, e tutta l'anima versò nel proposito di
concorrere a liberare la patria dalla servitù" (B.Marciano). In quel
periodo Antonietta fu una valida collaboratrice del Valentino, che nelle sue
lunghe assenze la lasciava depositaria di ogni segreto; la giovane donna
riceveva i corrieri da Lecce da Brindisi o da Taranto. Prese attivamente parte
alla preparazione, in Terra d'Otranto, dei moti del 1848; il quindici maggio
di quell'anno era a Napoli, dove, nelle barricate di via Toledo, il Valentino.
combatté accanto a Settembrini. Arrestato insieme al duca Sigismondo
Castromediano e ad altri patrioti salentini, Valentino morì in carcere a Lecce,
a soli 38 anni. Dopo la fine prematura del cognato Antonietta lasciò Gallipoli
per andare a vivere a Napoli con la sorella Rosa e i nipoti.
La sua prima preoccupazione fu quella di riannodare tutte le
relazioni di Epaminonda, sia con i patrioti che erano ancora in libertà, sia
con quelli prigionieri o in esilio. Per questo motivo la De Pace conobbe
personalmente Antonietta Poerio, zia di Carlo e Alessandro, l'inglese
Pandola, che aveva abbracciato la causa italiana, Raffaella Faucitano,
moglie di Luigi Settembrini, Alina Perret, moglie di Filippo Agresti, la
sorella di Antonio Leipnecher, Costanza, e Nicoletta Leanza, figlia del
detenuto politico Luigi, che sarebbe stata processata nel 1854.
Inoltre Antonietta entrò in contatto con il console inglese
Palmerston e stabilì collegamenti con l'ambasciata sarda, dove si procurava i
giornali che si pubblicavano nello Stato sabaudo, come l'Opinione di Torino e
il Corriere Mercantile di Genova. Collaborò con il comitato napoletano della
Giovine Italia, presieduto dall'avvocato tarantino Nicola Mignogna e nel 1849
fondò un Circolo femminile, composto prevalentemente da donne di
estrazione nobile o alto borghese, i cui parenti si trovavano nelle carceri
borboniche. Antonietta seguì con attenzione anche la famosa causa "dei
Quarantadue"; il compito delle donne era quello far da tramite tra i
detenuti politici e i loro parenti, di far pervenire nelle carceri viveri e
altri mezzi di sussistenza, lettere e informazioni politiche. Antonietta si
recava personalmente al carcere di Procida. Dichiarandosi parente del detenuto
Schiavone e fingendo un prossimo matrimonio con un altro recluso, Aniello
Ventre, ottenne il permesso di occuparsi della loro biancheria, riuscendo in tal
modo a ricevere dai patrioti in carcere importanti comunicazioni. Grazie
all'aiuto di Luigi Sacco, cameriere sulle navi che navigavano periodicamente
lungo la tratta Marsiglia - Genova - Napoli, la donna inviava le preziose
informazioni a Nicotera, che si trovava a Genova; di lì queste giungevano a
Lugano e poi a Londra dove risiedeva Mazzini. Tramite Antonietta Poerio, la De
Pace teneva vive le relazioni con i condannati di Montesarchio e Montefusco, e
con l'aiuto di Alina Agresti e della Settembrini, con i reclusi del carcere di
Santo Stefano.
Oltre a dirigere il Circolo femminile, e il successivo
Comitato politico femminile, attivo negli anni 1849-1855, Antonietta
collaborò ad associazioni patriottiche meridionali quali l'Unità d'Italia
(1848), la Setta carbonico - militare (1851), il Comitato segreto napoletano
(1855), guidato da Mignogna, che propugnavano l'unificazione dei numerosi
movimenti politici del Meridione sotto l'egida repubblicana. A causa della sua
attività eversiva la donna era costretta a cambiare spesso abitazione, sia per
non coinvolgere la sorella Rosa, sia per depistare la polizia borbonica.
Lasciata la casa della sorella, si ritirò inizialmente nel convento di San
Paolo in qualità di corista.
Nel 1854, per avere maggiore libertà di contatto con gli
agenti della Giovine Italia, mostrando la necessità di "fare dei
bagni", ottenne dalla superiora del convento il permesso di recarsi a casa
di Caterina Valentino (sorella del defunto Epaminonda), che sosteneva le sue
iniziative..
Lì fu arrestata il 26 agosto 1855 dalla polizia borbonica:
pochi giorni prima era stato arrestato anche Nicola Mignogna, a causa del
tradimento di Domenico Francesco Pierro, un infiltrato della polizia borbonica.
Al momento dell'arresto Antonietta "tolse dal petto
due proclami di Mazzini, ne fece una pillola, poiché Mazzini usava la carta
velina, e in faccia a loro li inghiottì"(B.Marciano), dicendo ai
poliziotti che si trattava di un medicinale. Fu condotta al commissariato di
polizia di Piazza Mercato, dove cominciava il fondaco del Carminiello tagliato
dall'opera di Risanamento, che porta oggi il suo nome. Fu tenuta dal
commissario Campagna, "fido servitore del dispotismo" (B. Marciano) in
una stanzetta, per circa quindici giorni, senza potersi mai né distendere su un
letto, né lavare, subendo interrogatori nel cuore della notte. Le accuse di
cospirazione erano suffragate dal fatto che, pur avendo Antonietta distrutto la
corrispondenza più pericolosa, nella sua cella del convento di San Paolo erano
state rinvenute lettere che nel loro frasario facevano pensare a documenti
politici cifrati, cosa che in effetti erano. Ma Antonietta fu sempre
particolarmente abile nel sostenere gli interrogatori, tanto che non ne emersero
prove vere e proprie delle sue attività cospirative. Uscita dal commissariato
di Piazza Mercato, fu condotta nel carcere di S. Maria ad Agnone, retto dalle Suore
di carità, dove fu reclusa per diciotto mesi; lasciò la prigione per
recarsi alle udienze presso Castelcapuano per ben quarantasei volte.
Durante il lungo processo ebbe il solo privilegio di stare in
una stanza da sola, mentre le altre detenute - prostitute, ladre, assassine -
dormivano nei "cameroni". Antonietta era chiamata "la
signorina", perché si trovava in carcere per "costituzione",
ossia era una prigioniera di Stato (B.Marciano). L'accusa muoveva dalla
convinzione dell'esistenza di una cospirazione repubblicana guidata dal
Mazzini. I proclami sequestrati al Mignogna e le lettere di Antonietta erano il
corpo del reato. La difesa era rappresentata da prestigiosi avvocati napoletani:
Castriota, Longo, Lauria e Pessina. Nonostante le confessioni del traditore
Pierro, Mignogna tacque e Antonietta seppe magistralmente difendersi dalle
accuse della polizia.
Il procuratore generale Nicoletti aveva chiesto la condanna a
morte per Antonietta, ma poiché la giuria si espresse a parità di voti, tre
contro e tre a favore, la donna fu assolta. "L'incertezza e il dubbio
erano penetrati nell'animo dei giudici, l'opinione pubblica dichiarava il
processo un'infamia..sul governo cadde il discredito delle potenze estere e
l'anno successivo l'Inghilterra e la Francia ritirarono i loro ambasciatori
lasciando a Napoli semplici agenti consolari" ( B. Marciano). Il processo
fece molto scalpore, perché l'imputato era una donna e, per giunta,
appartenente all'alta borghesia. Vi partecipò sempre una gran folla, tra cui
gli ambasciatori inglese, francese e della Stato sabaudo. Le corrispondenze dei
giornali dell'epoca, tra cui l'Opinione di Torino, il Corriere Mercantile di
Genova, il Journal des debats e il Times, erano tutte a favore dell'imputata.
Secondo la prassi giudiziaria dell'epoca Antonietta,
libera, fu posta per un certo numero di anni sotto la tutela di un parente, il
cugino Gennaro Rossi, barone di Capranica. Presso di lui, al numero 4 di Vico
Storto Purgatorio ad Arco in Napoli, Antonietta visse fino al 1859, strettamente
sorvegliata dalla polizia. Ma non abbandonò la sua attività di cospiratrice:
fondò a Napoli un Comitato politico mazziniano, di cui facevano parte Antonietta
Poerio, Raffaella Faucitano, e Alina Perret.
Sotto la guida di Antonietta, le donne, che si riunivano
nella Villa Poerio in via San Nicola a Nilo, stabilirono nuovi contatti con il
comitato mazziniano di Genova.
Nell'ottobre del 1858 Antonietta incontrò Beniamino
Marciano, un giovane prete liberale di Striano, che era venuto ad abitare nello
stesso edificio in cui risiedeva Antonietta. Tra i due nacque subito un intenso
rapporto, sul piano sentimentale e politico; ma si sposarono solo nel 1876,
quando Antonietta aveva già 58 anni. Beniamino divenne il segretario del
comitato femminile; poi, insieme, si adoperarono per favorire l'impresa
garibaldina. Quando, il 9 gennaio 1859, il Re Vittorio Emanuele II pronunziò le
note parole "il nostro cuore non può rimanere insensibile al grido di
dolore che giunge da ogni parte d'Italia."Antonietta abbandonò ogni
riserva e, lasciata la casa del cugino, si stabilì clandestinamente in via S.
Giuseppe de Nudi, dove si raccoglievano sospettati e perseguitati politici. Per
sfuggire alla polizia aveva studiato con cura le chiese napoletane dotate di una
doppia uscita: entrata da una porta, usciva dall'altra! Si recava a casa della
Poerio, dell'Agresti, al consolato sardo.
Divenne il tramite tra il Comitato napoletano e quello
salernitano, che aveva sede nella casa dell'avvocato Nicola Ferretti. Lì
giunse Garibaldi il 6 settembre 1860, con soli ventotto uomini. Il 7 settembre
Garibaldi entrava trionfalmente a Napoli con i ventotto ufficiali e due donne,
Emma Ferretti e Antonietta De Pace, vestita con i colori della bandiera
italiana. A Beniamino Marciano fu affidato il comando ad interim della provincia
di Salerno. Garibaldi affidò ad Antonietta la guida dell'ospedale del Gesù,
mentre la direzione di tutti gli ospedali napoletani era affidata a Jessie
White Mario. Garibaldi le assegnò, inoltre, una pensione di
"venticinque ducati al mese pei danni e per le sofferenze patite per la
causa della libertà" (B. Marciano).
Recatasi a Torino per i funerali di Cavour, Antonietta fu
accolta con grandi onori dai patrioti meridionali che sedevano nel Parlamento
italiano. negli anni successivi si batté per l'annessione di Roma al nuovo
Stato, fondando a Napoli un Comitato di donne per Roma
capitale, di cui
facevano parte Alina Agresti, Luisa Papa, Enrichetta Di Lorenzo e
Teodora Muller. Garibaldi scrisse al comitato napoletano, che gli aveva inviato
del denaro ".Voi donne interpreti della divinità presso l'uomo molto
già avete fatto per l'Italia, e molto ancora dovete operare per l'avvenire.
Molto confido nelle donne di Napoli" (B. Marciano). Per la sua attività a
favore dell'annessione di Roma, Antonietta fu arrestata dalla polizia
pontificia, mentre in treno si recava da Napoli a Firenze, dove il Marciano
dirigeva il giornale l'Italia. Antonietta doveva presentare al governo
italiano una relazione circa la possibilità di organizzare una spedizione
militare di volontari guidata da Nicotera, per penetrare nell'agro romano da
Ceprano. Fu rilasciata per le proteste del governo sabaudo e grazie alla sua
abilità nel distruggere le carte compromettenti che portava con sé.
Dopo un periodo di depressione, dovuto alle alterne vicende
politiche, e alla morte del nipote Francesco Valentino, avvenuta in battaglia a
Bezzecca, Antonietta riprese la sua abituale vitalità, quando, il 20 settembre
1870, i soldati italiani entrarono a Roma. Intanto a Napoli, il progressista
Imbriani, eletto sindaco, promosse importanti riforme nella pubblica istruzione,
a cui si dette un'impostazione laica. Ad Antonietta fu affidata l'ispezione
delle scuole della sezione Avvocata.
Si dedicò così all'attività educativa insieme al marito,
assessore alla Pubblica Istruzione di Napoli. La malattia di lui, il suicidio
del cognato Peppino Marciano, nel 1881, la morte di Caterina Valentino,
provocarono un nuovo esaurimento nervoso ad Antonietta, che per distrarsi iniziò
a viaggiare. Visitò col marito Roma, Firenze, Torino e Milano e tornò a
Gallipoli, dopo trentaquattro anni di assenza. Si stabilì per un lungo periodo
a Castellammare di Stabia, dove Beniamino Marciano dirigeva
l'"Ateneo"; poi si recò a Striano, paese natio del Marciano. Il 1°
maggio 1894 il municipio di Striano deliberò di intitolare ai due eroi due
strade del paese.
Dopo essersi rifugiati in Puglia per sfuggire all'epidemia
di colera del 1884, i due tornarono a stabilirsi a Napoli, a Piazza San Gaetano,
dove era la sede dell'Istituto e del Convitto fondati dal Marciano. Antonietta
si dedicò all'educazione dei fanciulli, che esortava dicendo: "noi
abbiamo fatto l'Italia, voi dovete conservarla, lavorando a farla prospera e
grande"(B.Marciano).
Racconta Beniamino Marciano che il 3 aprile 1893 Antonietta,
costretta da tempo a letto da una forte bronchite, chiese di bere dello
champagne, che fu reperito con difficoltà, perché era lunedì in albis;
"trovato il vino ella mi disse volerlo bere nel bicchiere a calice e subito
la contentai: ne bevve avidamente un primo e dopo un secondo bicchiere.Ma in
quello stato in cui ella era il vino la eccitò soverchiamente e si dette a
discorrere" (B. Marciano). Poi lui le chiese: " Antonietta, mi
ami?". Lei sorrise e a stento si udì la risposta: "e me lo
chiedi?" (F:Marcano). Furono le sue ultime parole: Antonietta morì la
mattina del giorno successivo, a 76 anni.
Ai suoi funerali parteciparono, con le fanciulle e le maestre
delle scuole, le associazioni operaie, garibaldine e numerosi rappresentanti
delle istituzioni. Il comune di Gallipoli chiese al Marciano il ritratto ad olio
di Antonietta, dipinto dal Sogliano (ora esposto al Museo civico della città,
accanto ai ritratti del nipote Francesco Valentino e di Antonio De Pace, zio di
Antonietta ed insigne astronomo). Lo stesso municipio intitolò alla patriota
una via cittadina. Nel 1959 le venne intitolato l'Istituto Professionale
Femminile di Lecce. Silvio Spaventa le aveva detto, un giorno: "Signorina
nei vostri costituti siete stata un uomo. Così molti uomini nei loro non si
fossero dimostrati donne!" (B. Marciano).
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F. De Sanctis, La letteratura italiana nel secolo XIX,
Napoli 1898
B. Marciano, Della vita e dei fatti di Antonietta De Pace,
Napoli 1901
F. Marciano, G. Esposito, Beniamino Marciano e Antonietta
De Pace. Due eroi del Risorgimento Italiano, Quaderni di cultura Strianese,
Napoli 1994
G. Massari , La vita e il regno di Vittorio Emanuele II di
Savoia, Milano 1897
G. Pupino Carbonelli, Nicola Mignogna nella storia
dell'Unità d'Italia, Napoli 1887
O. Valio, Donne meridionali, Salerno 1902
A. Spinosa, Italiane. Il lato segreto del Risorgimento,
Milano, Mondadori,1994
L. Settembrini , Epistolario, Napoli 1883
L. Settembrini, Lettere a Carlo Poerio, Napoli 1880
J. White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi,
Firenze 1888
M. S. Corciulo, Antonietta De Pace settaria e patriota nel
contesto rivoluzionario napoletano (1848 - 1860), in
"Trimestre", 3, 1999
P. Palumbo, Risorgimento salentino (1799 - 1860),
Lecce 1968
Un romanzo, Antonietta e i Borboni (Lecce, Capone
Ed.,
1999), è stato dedicato alla vita di Antonietta da una sua discendente, Emilia
Bernardini.
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