Dispacci
sforzeschi da Napoli
vol. II: 4
luglio 1458-30 dicembre 1459
a cura di Francesco Senatore,
Carlone ed., Salerno 2004 (Istituto italiano per gli studi filosofici. Fonti
per la storia di Napoli aragonese, serie prima, 2)
Prefazione
di Mario Del
Treppo [pp. V-X del volume a stampa]
I dispacci sforzeschi da Napoli presentati da Francesco Senatore in questo secondo volume da lui curato, giustificano, anche più del primo, i criteri della scelta operata sul “fondo” documentario dell’Archivio milanese, e volta a mettere a fuoco specialmente gli aspetti “interni” della monarchia napoletana. Sono le cose da essi narrate che orientano in maniera diversa l’occhio degli ambasciatori in questo primo anno e mezzo del regno di Ferrante, di cui qui si tratta, rispetto agli anni di Alfonso, quando l’ampio spettro della politica del Magnanimo li portava necessariamente a guardare anche, e più spesso, fuori dal regno, a Milano, Firenze, Roma, ecc., a tutti quei centri politici coinvolti insieme a Napoli nei nuovi assetti interregionali che si venivano formando. Ora il quadro si restringe, e l’osservazione si concentra sul regno dove la discussa successione di Ferrante al trono e la sua incoronazione, prima di sfociare in aperta e sanguinosa rivolta contro lo stato e l’autorità monarchica, dischiudeva spazi al dissenso, alla contrapposizione di interessi, a inquietudini baronali, persino a fermenti sociali, fino allora inespressi. Il periodo che va dal luglio del 1458 al dicembre del ’59 è un periodo interlocutorio, di equilibri certamente instabili ma per così dire ancora normale, che si presta, anche e meglio degli anni della sollevazione e della conseguente invasione angioina, ad una analisi delle strutture di fondo della monarchia napoletana; e la lettura integrale delle lunghe dettagliate descrizioni che Antonio da Trezzo e gli altri inviavano quasi quotidianamente al duca di Milano ce ne offre tutta l’opportunità.
Quello su cui si vuole richiamare l’attenzione del lettore è il sapore di sorprendente novità che questa lettura riserba, pur trattandosi della stessa materia, delle stesse questioni e perfino degli stessi documenti che si ritrovano in tante altre e note opere, sia di carattere documentario, come l’edizione del cosiddetto Codice aragonese di A. A. Messer, che di ricostruzione storica come la monografia di Emilio Nunziante, colui che per primo scoprì la ricchezza del “fondo” sforzesco. Più di cent’anni fa egli pubblicava nell’“Archivio Storico per le Province napoletane” (annate XVII-XXII, 1892-1898) un ponderoso documentatissimo lavoro dedicato ai primi anni del regno di Ferrante d’Aragona, che d’allora costituisce una pietra angolare della bibliografia napoletana, di cui gli storici, ancora oggi, non sanno fare a meno. Non c’è un solo dispaccio di quelli ora integralmente editi da Senatore che sia sfuggito all’attenzione di Nunziante, una sola notizia o fatto od opinione in essi contenuta che non sia stata da lui intercettata, vagliata, interpretata e “utilizzata” nel vasto quadro della sua opera.
Alla scelta del tema, meridionalistico per natura come ogni cosa che riguardi il feudalesimo, ma anche fortemente connesso, per implicazioni politico-diplomatiche, all’intera storia d’Italia, Nunziante fu mosso dalle istanze largamente diffuse nella storiografia filologico-erudita di quei decenni, rappresentata dalla gloriosa tradizione regionale delle società e deputazioni di storia patria, le quali peraltro cercavano di uscire dai loro angusti ambiti per individuare nella storia dell’Italia pre-unitaria i momenti in cui tutte potessero ritrovarsi; e il Quattrocento della pace di Lodi era uno di questi. Al rinnovato spirito patriottico e nazionale, e a certo moralismo che talvolta lo accompagna, Nunziante pagò un tributo tutto sommato modesto, limitato cioè alla evocazione, sullo sfondo, del dramma della perduta indipendenza italiana, di cui le sollevazioni baronali del Mezzogiorno potevano apparire premonitrici, e alla, non propriamente necessaria nell’economia del lavoro, assoluzione da lui impartita a Ferrante per le colpe di cui si era macchiato verso i baroni. Dalla deriva “ideologica” il dotto studioso si salvò in virtù della concezione realistica o positivistica della storia e della robusta pratica erudita in cui si era formato, alle quali si deve l’oggettiva solidità della ricostruzione, scandita sui fatti della diplomazia e della guerra, e la chiarezza dell’impianto.
Ma a questa metodologia si deve anche la sua propensione a estrarre dalla fonte tutti gli elementi informativi ch’essa contiene per considerarli isolatamente, una volta accertatane la validità, come utili tasselli di un nuovo mosaico, e quella altresì di porre su un unico e identico piano ogni testimonianza, diretta o indiretta, riferita dall’ambasciatore o profferita da qualcuno dei protagonisti, per tessere un unico discorso dove gli scarti e le differenze, che pur si riconoscono tra le diverse testimonianze, sono distinti solo in ragione del maggiore o minore grado di certezza o di veridicità; mentre dovrebbe trattarsi di ben altro.
Nunziante può essere ancora un’ottima guida per districarsi
in quel complicato intreccio di fatti e di testimonianze sui fatti, troppi gli
uni e le altre, che egli stesso ha contribuito in qualche modo a moltiplicare.
Ma a rileggere i dispacci nella loro interezza ci si rende conto di quanto
povero sia l’uso che ne ha fatto e come il quadro da lui ricomposto in
una atemporale astrattezza sia privo di prospettiva e di vero spessore storico.
E questo anche a prescindere dalle nuove sollecitazioni cui quella fonte può
oggi essere sottoposta, e delle quali suggerirò qualche esempio.
Anzitutto: la giovinezza di Ferrante. Su di essa Ernesto Pontieri scrisse un saggio (1959) nel quale cercava di evocare i rapporti affettivi di Ferrante con il padre, e la formazione culturale del giovane principe. Il periodo che Pontieri colloca sotto il segno della giovinezza si protrae fino all’assunzione al trono di un Ferrante trentacinquenne; e “giovanili” potrebbero essere considerati anche quei “primi anni” di regno che hanno suscitato l’interesse di Nunziante: ma né nell’uno né nell’altro dei due biografi la giovinezza è più che una fase cronologica della vita, un tratto di tempo non diverso in sé da quelli che seguiranno. Che, viceversa, per Ferrante e per quanti lo osservavano interessati dal di fuori, essa fosse, come tale, una “condizione” naturale, mentale e psicologica, foriera anche di proprie implicazioni politiche, e che di questo egli avesse piena coscienza, gli ambasciatori sforzeschi lasciano ampiamente vedere nei loro primi dispacci. Nel chiedere consiglio ad alcuni ambasciatori, fiorentini e milanesi, su quel che doveva fare, Ferrante aggiunge che lo fa “aciò che per essere sua maiestà giovene de età non se credesse per Italia che'l se movesse per legiereza né ambitione” (doc. n. 59); ma il fatto che “era giovene et flexibile in ogni parte” preoccupava non poco, e in particolare il papa, sì che più di uno si candidava ad essergli “come tutore o curatore” (doc. n. 37). Per parte sua, pur dichiarandosi, in una confidenziale conversazione con l’ambasciatore, contentissimo dello stato che aveva in Italia, ammetteva però che:
“essendo
giovane come è, intende, aconze et ferme queste cose, ampliare la fama
sua fori d'Italia, cioè verso el Turcho, perché gli pareria che
gli fosse atribuito ad mancamento el starse in reposso” (doc. n. 52).
Quanto ai rapporti tra padre e figlio, non è difficile immaginare, anche senza invocare l’autorità di Facio o di Pontano, che l’uno vi riversasse gli affetti più caldi e l’altro rispondesse con filiale obbedienza, come fa Pontieri, intento anche a domandarsi, sulla base di generici atti di cancelleria, se poco o molto potere il padre avesse lasciato o conferito al figlio. I dispacci hanno invece il pregio di dirci quello che Ferrante effettivamente pensava, e a leggerli, sembra quasi di assistere a una seduta psicanalitica. Parlando con da Trezzo, che gli riportava le critiche degli ambienti italiani per non aver egli ancora allontanato da corte i catalani, come gli era stato consigliato, Ferrante puntualizzava risentito:
“prima
perché sonno homini molto fideli, et etiam perché sonno molto experti in le
cose de questo stato perché l'hanno manegiato a tempo del padre, et luy –
Ferrante – se gli trova novo perché se l'è voluto essere obediente al
padre: gli è bisognato fare così” (doc. n. 33).
Se il senso non fosse del tutto chiaro, ascoltiamo ancora quest’altra sua confessione:
Et ha dicto
sua maiestà [...] che, se esso suo figliolo serà virtuoso et da bene come
spera, non lo tegnerà così basso né remesso come la maiestà del signore re
condam suo padre l'ha tenuto luy, che gli darà de le imprese et gli remetterà
la mazore parte de le facende occoreranno (doc. n. 42).
Alfonso, il primogenito di cui qui si parla, aveva allora dieci anni, e il padre, per dargli “reputatione et credito”, come da Trezzo comunicava a Francesco Sforza, lo aveva creato suo luogotenente generale del regno “cum amplissima possanza de potere fare quello che poria sua maiestà”.
Le lettere degli ambasciatori milanesi danno larga testimonianza di questo apprendistato politico, in cui l’esperienza personale si confronta ogni giorno con il consiglio che Ferrante cercava e chiedeva, non solo a quel duca Sforza assunto a suo mentore, ma anche talvolta al più oscuro degli ambasciatori, promosso nell’occasione a confidente personale. In virtù di queste circostanze siamo in grado di seguire il progressivo formarsi di quella che potremmo definire la sua Bildung.
I dispacci sono interessanti non solo, e non tanto, per il loro contenuto storico. In quanto espressioni di un linguaggio e di una forma letteraria, essi offrono indizi e sintomi che meritano di essere guardati con altra attenzione. Colpisce una certa corrispondenza o simmetria di “tempi”, tra i tempi della narrazione e quelli delle azioni descritte, le azioni militari, le azioni diplomatiche: egualmente lenti, esitanti, ripetitivi, senza stacchi o accelerazioni, per cui si esita a ricondurre gli uni (i tempi della realtà) al taglio e all’inquadratura imposta dal regista-narratore, e gli altri (i tempi della narrazione) al puro rispecchiamento della realtà, magari tentati anche dal pensare ad una specularità autonoma e originaria. Le azioni militari sono lente, caute, più attente ad evitare che ad affrettare lo scontro, il cui esito, perché sempre incerto, preoccupa così come preoccupa la irreparabilità delle sue conseguenze. Quelle diplomatiche, studiatamente involute e tergiversanti, lo sono altrettanto, perché il loro scopo è di mettere colui che le promuove nella condizione migliore per essere sempre “iustificato” agli occhi dell’opinione pubblica, interna ed esterna, di modo che non possa mai essergli imputata a colpa la decisione che verrà a prendere. Di tutto questo, nel resoconto che se ne fa, si dà un puntuale, circostanziato riscontro, talvolta esasperatamente particolareggiato: nessun passaggio, per piccolo e irrilevante (almeno ai nostri occhi) che sia, viene taciuto, così al riguardo di uno scontro, di un assedio, come di una trattativa, e l’andamento della prosa vi si conforma, con esiti qualche volta letterariamente pregevoli, che interrompono la abituale monotonia del testo, come nello splendido racconto che Ferrante fa al duca di Milano dell’incontro tra il suo e l’esercito del principe di Taranto. La pagina si apre creando nel lettore una aspettazione come in un romanzo: “Lunedì, che erano cinquo del presente, stando in Barlecta”, eccetera eccetera. Segue il lento svolgimento della cavalcata dei due eserciti che si cercano, ma quasi timorosi che, incontrandosi, gli eventi possano precipitare:
“Et
cossì la matina solum con le dicte gente montammo a cavallo et vinnemo davante
Andri, et là stectimo, aspectando de sentire nova si ipso principe era
cavalcato et che via havesse facto et, essendo jà hora tarda et non sentendone
nova nexiuna, deliberaimo quella nocte allogiare ad Andri”.
E così avanti fino all’inopinato incontro, dove ciascuno dei due contendenti compie gli stessi atti dell’altro ed esprime le stesse sensazioni, mentre colui che racconta indugia per dare solennità all’incontro:
“voltaimo
la via soa [del principe] et, accostandonce ad ipso ad doe balestrate,
’nce mandò uno suo trombecta, dicendo che ipso havea sentuto nostra
maiestà essere là et che se nne maraveglava. Al quale per nuy fo resposto che
nui ’nce maravegliavamo de ipso che fosse venuto [...]” (doc. n.
85).
La conclusione di Ferrante è rankiana: “et perciò ve nne havimo voluto avisare perché sacciate tucte le cose como so' passate”.
Del resto le premesse per questi interminabili discorsi erano già implicite nell’atmosfera che le preparava e di cui Antonio da Trezzo, tra tutti il miglior affabulatore, ci fa partecipi, come in questo avvio di un suo dispaccio, e desiderosi di ascoltare:
“La maiestà sua se misse a sedere et me invitò: volse
ch’io li sedesse appresso. Et qui cominciò a dirme queste parole”
(doc. n. 3).
“Le cose come so’ passate” non è tutto quello che contengono questi documenti, che hanno fatto la felicità degli storici positivisti e dei puri storici politici, ma che è improbabile facciano anche la nostra. Le vicende da cui sono presi i protagonisti insieme agli osservatori e commentatori di esse, e che nei dispacci occupano tanto spazio, hanno per noi poco o punto interesse, non perché ne siano del tutto prive, o non ne abbiano avuto in passato, ma perché appaiono storiograficamente esaurite o chiuse: la questione della successione, quelle di Genova, di Sigismondo Malatesta, del Piccinino ecc. Gli ambasciatori però lasciano tracce informative preziose anche su altre cose (l’incoronazione di Ferrante a Barletta, il parlamento di Capua, e poi sull’esazione fiscale, sugli ufficiali della corte ecc.), cose che essi non erano chiamati a trattare specificatamente, ma che introducono nel discorso come elementi utili all’ambientazione e alla completezza descrittiva di quello che era stato loro richiesto di raccontare.
Ci sono “problemi”, come noi amiamo chiamarli, che non arrivano alla coscienza politica o storiografica dei contemporanei; ci sono aspetti della realtà così fondamentalmente radicati che non richiedono di essere esplicitati dai contemporanei, perché naturali al loro habitat storico. Mi spiego meglio: gli ambasciatori, al pari di altri osservatori della realtà meridionale, avvertivano come problema politico la riottosità dei baroni, l’anarchia che i loro comportamenti producevano nel paese, l’adesione di alcuni di essi alla parte angioina o l’allontanamento da quella aragonese, cioè in sostanza solo la patologia del fenomeno; ma non è pensabile che un problema di tale complessità storica si esaurisse tutto in una perenne anarchia, o che il feudalesimo si configurasse come una mera contrapposizione di partiti, l’angioino e l’aragonese. Una fonte come quella che stiamo esaminando, con la ricca fenomenologia dei rapporti tra il re e i suoi vassalli (non chiamiamoli esclusivamente e solo baroni) che presenta, può aiutarci a distinguere tra la patologia e la fisiologia del fenomeno, distinzione che non era alla portata dei contemporanei.
Lo stesso discorso si può estendere alla specificità della struttura politica della monarchia meridionale, della quale era elemento integrante la dimensione fisica, che spesso ci si accontenta solo di presupporre come generale quadro di riferimento. I grandi spazi del regno, quali non aveva nessun’altra entità statale in Italia, condizionavano la politica, che non poteva non tenerne conto; essi ponevano particolari difficoltà al controllo del territorio e conferivano proprie forme e ritmi alla guerra, aspetti sui quali di recente è stata richiamata l’attenzione [F. Senatore e F. Storti, Spazi e tempi della guerra nel Mezzogiorno aragonese. L'itinerario militare di re Ferrante (1458-1465), Carlone ed., Salerno, 2002], proprio sulla base della documentazione di cui parliamo. Nei dispacci non si pone un problema dello spazio della monarchia nella sua fisicità, ma l’insistenza e la meticolosità con cui ad ogni occasione ci si sofferma a descrivere itinerari e percorsi, non solo di carattere militare, con attente indicazioni dei tempi, delle tappe, delle distanze, e il più scontato richiamo ai disagi, penosi per gli ambasciatori non meno che per gli uomini d’arme, è una spia, tanto più eloquente quanto meno sollecitata da esplicite domande.
I dispacci degli ambasciatori e le lettere di Ferrante sono piene di riferimenti geografici e topografici. Ogni viaggio, ogni percorso, ogni spostamento merita la più attenta considerazione. Ferrante stesso nelle lettere al duca di Milano è così minuzioso nelle descrizioni dei suoi spostamenti, non tralascia i nomi dei più sconosciuti paesi dove è passato o ha sostato, che si stenta a credere che il suo lontano interlocutore ne potesse in qualche modo essere interessato. E invece lo si capisce benissimo. Francesco Sforza, che in gioventù aveva trascorso alcuni anni nel regno con la compagnia del padre condottiero [E. Pontieri, Muzio Attendolo e Francesco Sforza nei conflitti dinastico-civili del Regno di Napoli al tempo di Giovanna II d'Angiò-Durazzo, in Id. Divagazioni storiche e storiografiche, serie I, Napoli 1960], leggeva con la massima attenzione quei resoconti e dal da Trezzo si faceva anche mandare un itinerario del re con l’indicazione dei suoi alloggiamenti (doc. n. 139). A Sforza non sfuggiva la rilevanza politica che per il regno di Napoli aveva ogni discorso che riguardasse gli spazi, le comunicazioni, le distanze; per parte sua era anche in grado di suggerire le conseguenti più opportune strategie per la difesa e il controllo del territorio. Come quando, avendo individuato i quattro grandi scacchieri geografico-feudali del regno, da cui poteva sopraggiungere il pericolo di una sollevazione sostenuta dall’esterno, ma senza che se ne potesse prevedere la provenienza, suggerì a un Ferrante incerto il luogo dove conveniva dislocare le limitate forze che aveva a disposizione:
“metterse
in logo de mezo et commodo donde potesse provedere, bisognando, comodamente, et
ad le cose del principe de Taranto, et in Calabria, et in Terra de Lavore, et
anchora dare caldo alle cose de Apruzo” (doc. n. 149).
E Ferrante, dislocandole nella Valle beneventana, seguì il suggerimento.
Altrettanto peculiare e intrinseco alla natura della monarchia meridionale, funzionale alla sua difficile compattezza, in assenza di una solida e capillare rete burocratico-amministrativa che ne tenesse insieme le parti, era l’elemento ideologico: ma ineguagliabile forza coesiva costituiva la presenza e l’immagine del re, un re che noi vediamo sempre in continuo movimento. La presenza della maestà del re è invocata dai sudditi che mal sopportano di esserne a lungo privati; quando dopo una lunga assenza Ferrante torna a Napoli, la consorte Isabella scrive:
“La
maiestà del re [fu] receputa per li homini de questa terra in genere et in
specie con tanto amore che, vedendolo, pare che habiano visto Dio” (doc.
n. 163).
Quando in qualche parte del regno, di quelle più lontane dal
centro, si profilava la minaccia di un sommovimento, solo la venuta del re
poteva assicurare “la salute del stato suo”, come sottolinea da
Trezzo compiaciuto del buon esito della campagna condotta dal re in Calabria,
dove era stato necessario, “per lo bene del stato suo”,
“mostrare el volto” (doc. n. 142).
Sono questi alcuni spunti per una lettura non “evenemenziale” di questo prezioso materiale che Senatore ha così bene assemblato, e perché l’uso scientifico di esso non si limiti solo al mero sfruttamento della fonte.
pagine web a cura di Francesco Senatore (ultimo
aggiornamento: gennaio 2005)